Se la mamma è un esempio… ingombrante

WonderWoman
Immagine presa dal sito www.play.dcsuperherogirls.com

Si dice sempre che l’esempio da dare ai nostri figli è la cosa più importante: più ancora delle parole, delle “prediche”, è l’atteggiamento che si ha come genitori e l’esempio che si trasmette con il proprio comportamento, il proprio modo di fare e di reagire alle cose.

Su questa storia dell’esempio mi sono soffermata a pensare parecchio, tanto che ho anche scritto un post (se volete potete leggere PER ESEMPIO), e devo dire che ci credo nel fatto che razzolare e predicare debbano andare a braccetto e che dire e fare non debbano essere separati dal mare.

Ma….c’è sempre un ma.

E a quel “ma” mi ci ha fatto pensare un’amica, una donna forte, in gamba, tutta d’un pezzo, che un giorno mi ha fatto partecipe di un suo stato d’animo, di una situazione che la riguardava nel rapporto con la figlia. Inutile dire che mi sono sentita parte in causa.

Vi racconto una storia.

Wonderwoman (diamo un nome di fantasia qualunque alla mamma) è una donna madre di un paio di figli, che lavora, anzi stralavora, in funzione del fatto di poter garantire un sostentamento maggiore alla propria famiglia. Aggiungiamo una separazione quando i figli sono ancora abbastanza piccoli, un conseguente senso di responsabilità (colpa?) aumentato in misura esponenziale, oltre che un abnorme senso del dovere.  Wondy si è sempre destreggiata in qualunque tipo di lavoro domestico e non: è in grado di fare l’idraulico, l’elettricista, il falegname, l’imbianchino, il muratore, insomma qualunque cosa sia necessaria per il funzionamento della propria casa. Difficilmente si scoraggia, e qualora capitasse si auto-pacca la spalla per darsi lo stimolo a tirare avanti, per essere di esempio ai suoi figli. Se è triste o preoccupata lo fa silenziosamente, sommessamente per non turbare la serenità dei suoi ragazzi. Ha sempre dato la sensazione di avere le idee chiare e che ogni problema può trovare la sua soluzione. Questo atteggiamento sperava potesse essere di aiuto ai suoi figli, per far capire loro che non bisogna demoralizzarsi e di fronte agli ostacoli c’è sempre la possibilità di reagire, basta avere la forza e il coraggio di trovarla, come ce lo ha avuto lei nella vita, avrebbero dovuto averlo anche loro (del resto la proprietà commutativa è come il formaggio: sta bene dappertutto!).

Ma. C’era il ma.

Se la mamma è un super eroe, i figli sono spesso destinati a sentirsi delle vittime, degli esseri inferiori, inadeguati, non capaci a reggere un confronto così impegnativo.

E così, Calimera (nome di fantasia della figlia) ha iniziato ad avere pensieri di disistima nei propri confronti, esternando/gridando/urlando alla mamma-wonderwoman il proprio senso di inferiorità, le proprie enormi insicurezze, il proprio vuoto progettuale, la propria fallibilità. Wonderwoman, di contro, fatica a capire questo stato d’animo, anzi di primo acchito lo ignora, poi lo disprezza e infine lo rifiuta. Nel tentativo di spronare Calimera a fare meglio, a sbloccarsi, ad emanciparsi, wonderwoman porta sé come esempio, di come lei si è sempre impegnata, sacrificata, per essere un esempio per loro, di quanto sia deludente l’atteggiamento della figlia e che non si sarebbe aspettata da Calimera un simile scoraggiamento, un gettare la spugna di fronte alla difficoltà. Del resto non era quello che Wondy le aveva insegnato, non era quello che le aveva dimostrato negli anni.

Conseguenza: Calimera sprofonda nella propria inadeguatezza, accompagnata da un sentimento ambivalente di voler/dover emulare la madre per compiacerla, consapevole di non (voler, poter) diventare mai come lei. Profondo smarrimento, rimessa in discussione di qualunque scelta fatta, richiesta di aiuto, sconforto, crisi di identità.

Cosa può (deve) fare Wondy a questo punto? Come si recupera una situazione di questo tipo? Quale morale può essere data a questa storia?

Voi amiche mamme cosa fareste?

Rispondi