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    Educazione

    Scegliere le parole

    Alla mia età non si è più considerati soltanto figli, perchè si è un po’ nella terra di nessuno, in quella in cui pochissime persone ti chiamano signorina, e sono invece molti di più quelli che usano l’appellativo signora.

    Signora fa parecchio capelli bianco/grigi, borsetta a braccio, occhialini sul naso, scarpe con tacchettino 5cm, calzettoni di lana merinos, cardigan per tutte le stagioni…insomma fa un pò Miss Marple. Ancora non proprio il mio caso, suvvia!!!

    Tornando alla mia età chi è genitore riesce a vedere le cose dalle due prospettive (figlio e madre/padre) e ha un privilegio davvero unico, quello che quando si è solo figli non si ha.

    A questa età ti accorgi di avere tra le mani una responsabilità enorme verso i tuoi figli: non che prima non l’avessi, ma scopri sempre più che le tue azioni, le tue scelte, i tuoi ragionamenti avranno una incidenza incredibile e potranno veramente essere il fondamento della vita sociale e comportamentale dei tuoi figli.

    Alla mia età, nello stesso momento in cui senti gli occhi addosso di tuo figlio o soprattutto quando volgono lo sguardo altrove mentre stai parlando, sai perfettamente che quelle parole non cadranno nel vuoto come spesso si è portati a pensare, ma lasceranno un solco segnetto nella loro testa. Un segnetto di cui ti renderai conto proprio mentre ti rinfacceranno di aver detto loro quella cosa, quella volta. Il più delle volte ti sentirai dire parole che li hanno colpiti e affondati in un momento di rabbia, in una situazione di tensione o conflitto tra di voi, perchè le parole positive è difficile ti verranno mai rinfacciate. Ma tutto quello che uscirà dalla tua bocca, pur importanti che siano i gesti o le espressioni che accompagneranno quelle parole, troverà un sedimento in loro, in un cassetto ospitale e maledetto della loro memoria.

    Più i figli crescono, maggiore è la mia consapevolezza di essere presa alla lettera in tutto quello che dico. Le parole hanno un peso, spesso lo si dice, ora me ne accorgo. La leggerezza con cui si tratta di parole, con cui le si usano e le si fanno volare nei propri discorsi, è finita. Semmai sia mai esistito un periodo così. Ma quando i figli sono cuccioli hai sempre idea che non ti stiano ad ascoltare sul serio, che tutto entri da una parte e bellamente se ne esca, che le parole siano tanto leggere come lo sono le piume spazzate via con un gesto della mano.

    Mi accorgo invece di quanto sia importante scegliere le parole, fermarsi anche un po’ a soppesarle, perchè alcune sono davvero affilate, pesanti, ti bucano, ti solcano e poi man mano che cresci la tua pelle non è più in grado di rimbalzarle via, ma rimane addosso il segno.

    A badarci bene ci sono tanti tipi di parole, che si potrebbe classificare come segue:

    • le parole-ingombranti che quando le dici ed escono fuori dalla bocca, di rimando ti lasciano un sapore cattivo, l’amaro, quasi avessero tagliato la parte interna delle guance, la lingua, e ne sentissi forte il sapore di sangue
    • le parole-catena, quelle che quando te ne esce una ne inanelli tutta una serie che non riesci a fermare l’effetto valanga
    • le parole-bomba: quando le dici, fai deserto intorno a te, ti liberi in un colpo solo di tutte le specie viventi, perfino il gatto, che ti solito ti appoggia, aberrisce e ti lascia bruciare nella tua deflagrazione
    • le parole-raffica o anche parole-di-comodo, sono le parole pronunciate a ripetizione, modello “capra-capra” di Sgarbi, con le quali pensi solo a voler silenziare i figli, non dando loro il tempo e il modo di ribattere
    • le parole-effetto, quelle che una volta dette lasciano i figli con sguardo vacuo, il cui significato è a loro oscuro e che dici allo scopo di lasciarli per la frazione di un secondo senza parole
    • le parole-boomerang, quelle che una volta dette ti verranno rinfacciate per tutta la vita, e di solito sono principalmente le parolacce!!!
    • le parole-lacrima, quelle che non fanno piagere di per sè, ma per il contesto in cui vengono inserite, e ti commuovono nel pronunciarle per lo strascico emotivo che lasciano (in loro, ma tanto tanto anche in te).

    Scegliere le parole è un compito che ciascun genitore dovrebbe assumere come fondamentale nel percorso di crescita dei figli, ma che in realtà ogni persona dovrebbe darsi come obiettivo fondamentale quando entra in relazione con qualcun altro.

    Mi piace chi sceglie con cura le parole da non dire (A.M.)

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    Esperienze

    C’è posta per te

    c'è posta per te

    Mai titolo di una trasmissione televisiva o di film fu più azzeccato, per rievocare in me il senso dell’attesa che nasceva dalla corrispondenza epistolare. Certo il programma della Maria nazionale non si concentra tanto sul significato della consegna della lettera, quanto su altre note emotive e su altri canali comunicativi ben più impattanti di una semplice carta scritta e imbucata o consegnata nelle mani di un ignaro destinatario. Così come nel remake “C’è posta per te” del più datato film “Scrivimi fermo posta” del 1940, dove viene sostituita la carta stampata dalle email che si scambiano Tom Hanks e Meg Ryan (film che adoro!!!!).

    Tuttavia il concetto rimane il medesimo: l’attesa, l’incanto, la curiosità. E comunque più in generale qualcosa che è pensato, dedicato e indirizzato proprio a te.

    LA SCRITTURA, QUESTA INCREDIBILE CALAMITA

    Le corrispondenze epistolari hanno il potere di incatenarmi, di catturarmi, di proiettarmi in una dimensione onirica, che si svolgano in un film o in un libro, l’effetto è sempre lo stesso: il cuore inizia a battere forte, sale l’adrenalina, parte l’immedesimazione e un inaspettato flashback mi riporta indietro nel tempo, quando scrivevo alla mia amica di penna, quella che ti davano forzatamente alle elementari e tu nemmeno sapevi che farci, con la penna ma anche con quella persona. Perché le amicizie sono una cosa seria, non si diventa amici così, a caso, solo scrivendosi. Ma è pur vero che l’amicizia può rinforzarsi tanto prendendosene cura anche con la scrittura!

    A quel tempo il potere della scrittura non lo conoscevo, era solo un esercizio grammaticale, una scelta stilistica, un modo per tenersi in allenamento. Se ripenso a quella amica di penna, in verità di cose ce ne siamo dette, ma il potenziale che aveva la scrittura non lo abbiamo mai usato fino in fondo, non ci siamo date il tempo di scoprirlo. E’ stato un qualcosa che è iniziato più per esercizio di stile, che per scelta consapevole, e così come è arrivata nella mia vita, ne è scivolata improvvisamente fuori. L’amica di penna, non certamente la scrittura.
    Ma forse perchè già da allora qualcosa alla scrittura mi legava.

    Ogni volta che leggevo di corrispondenze tra personaggi di libri, o guardavo film che parlavano di questo, ossia di un rapporto di “penna” (su carta o tramite computer) tra persone, mi sentivo non solo parte di quella storia, ma di fatto una protagonista, nel senso che avrei voluto proprio interpretare quel ruolo, la persona che riceveva quelle attenzioni!

    C’E’ POSTA PER ME?

    L’eccitazione dell’attesa, aspettare di ricevere una risposta alla lettera spedita, pensare a cosa potrei trovare nella carta da lettere in arrivo, è un misto di ansia e gioia insieme. Non è tanto il contenuto, ma più l’idea di quello che vorrei trovarci dentro.
    Oggi quell’attesa è nostalgia, mi manca la carta scritta, mi manca aspettare il postino per verificare che possa portare qualcosa per me di diverso da bollette, estratti conto e pubblicità. Mi manca trovare la scrittura a penna di un indirizzo, di un mittente.

    Vorrei trovare ancora qualche lettera nella posta, di quelle che annusi quando arrivano, le rigiri nelle mani per capire da chi siano state mandate, ne soppesi la consistenza per capire quante parole potranno mai contenere, quelle che vorresti scartare subito ma anche trattenerle per allungare la magia.
    Sì perché era una bella magia… lo è sempre quando qualcuno prende il suo tempo e lo usa per pensarti e per donarti una parte di sé traducendola in parole su carta.
    Sono una nostalgica. Lo so. E forse anche un po’ romantica.

    Insomma sto inesorabilmente invecchiando….

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    Educazione

    Adolescenza e dilemma del porcospino

    dilemma del porcospino

    Sono venuta a conoscenza del dilemma del porcospino ai tempi dell’università, quando studiavo Schopenhauer e sono stata folgorata sulla strada di Damasco. Era la metafora perfetta per le relazioni umane e soprattutto, secondo me oggi, per quelle da ricostruire con un figlio adolescente.

    Una compagnia di porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono il dolore delle spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di scaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro tra due mali: il freddo e il dolore. Tutto questo durò finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione”. (Arthur Schopenhauer, Parerga e Paralipomena, 1851).

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    Educazione

    Faccio le cose, ma non so perchè

    Dare un senso a tutto quello che facciamo dovrebbe essere una prerogativa di consapevolezza, che potrebbe aiutarci a non fare gli stessi errori, ma anche a reiterare comportamenti che al contrario riescono bene, che producono un risultato positivo.

    Fare le cose sapendo la motivazione per le quali le facciamo dovrebbe essere un “a priori”, dovrebbe accompagnarci nella nostra quotidianità, almeno per il 90% delle azioni che compiamo, delle scelte che facciamo.

    DOVREBBE…

    Poi ti confronti con il piccolo di casa, colui che beatamente, del tutto ingenuamente, quando gli chiedi il motivo per cui ha fatto una certa cosa ti risponde esattamente come tu non ti aspetteresti, o meglio non vorresti sentirti dire, e allora ogni “dovrebbe” diventa completamente superfluo e soggettivo.

    Lui fa le cose senza sapere il perchè! E si sorprende, sempre, del fatto che tu madre te ne stupisca pure.

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    Esperienze

    Saper disinnescare può essere la strada

    perfetti sconosciuti adolescenza

    “Però una cosa importante l’ho imparata. Saper disinnescare. Non trasformare ogni discussione in una lotta di supremazia.
    Non credo che sia debole chi è disposto a cedere, anzi è un uomo saggio. Le uniche coppie che vedo durare sono quelle dove uno dei due, non importa chi, riesce a fare un passo indietro. E invece sta un passo avanti”. Così recitava Marco Giallini in “Perfetti sconosciuti”, il film di Paolo Genovese, che nonostante volesse raccontare soprattutto di altro, introduce un tema sempre molto attuale e contemporaneo sulle relazioni di coppia e, a mio parere, sulle relazioni in generale.

    Saper disinnescare, non trasformare ogni discussione in una lotta di supremazia. Parole che poi, uscite dalla bocca di Giallini, sanno veramente di buono!!!

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    Educazione

    Adolescenza: ma come ti vesti???

    adolescenza, ma come ti vestiI temi che riguardano quell’estenuante interessante periodo che va sotto il nome di adolescenza sono numerosi, talmente numerosi che abbiamo deciso di dedicare loro una rubrica. Nel trattarne alcuni in post passati, inciampiamo su un tema particolarmente caro all’adolescente, di quelli che catturano la sua attenzione per quasi la totalità delle ore giornaliere: l’abbigliamento, che chiaramente necessita di un capitolo tutto per sé. Quando ti avvicini ad essere adolescente, non si modificano drasticamente solo i modi di comportarsi, la comunicazione (Adolescenza qua la mano) e, purtroppo spesso, l’alimentazione (Adolescenza e alimentazione: istruzioni per l’uso), ma anche il modo di vestirsi. Tanto che non è raro che in casa mia la domanda/affermazione formulata più spesso verso l’Adolescente quando fa capolino sulle scale sia:

    Ma come ti vesti?????

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    Educazione

    Quando il cordone ombelicale fa… zac!

    Ti diranno che i figli non sono fatti per essere una proprietà del genitore, che devono essere liberi di andare, di spiccare il volo, di allontanarsi dal nido per farvi ritorno quando lo decidono loro, non quando lo vorresti tu. Ti diranno che non dovrai ostacolare le loro esperienze, la loro voglia di conoscere, le loro richieste di sperimentare il mondo. Ti diranno che dovrai smettere di fare la mamma chioccia, di fare strada per agevolare il loro passaggio, di essere sempre la guida da essere seguita per evitare loro di incorrere in pericoli od ostacoli. Ti diranno che dovrai smettere di sbaciucchiarli ad ogni piè sospinto, di tenerli in braccio anche se in piedi ormai diventa impossibile ma da seduti ancora ce la fai, di pettinarli un attimo con le mani prima che escano, di provare freddo tu per prima quando li vedi camminare per strada mezzi svestiti con -5 gradi in pieno inverno, di stare male per loro quando li senti litigare con l’amica o l’amico e vorresti intervenire per tranquillizzarli e coccolarli perchè di vederli soffrire non se ne parla proprio. Ti diranno che è ora di tagliarlo quel cordone ombelicale che vi ha tenuto uniti per 9 mesi…… ma loro non sanno che quei 9 mesi hanno significato tutta la tua vita.

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