La scuola 2.0: parte prima

 

TecnologiaPer le mie amiche sono una mamma ipertecnologica, spesso con il cellulare in mano, con il computer sotto le dita, con il kindle per la lettura…ma c’è anche da dire che le mie amiche non sono proprio l’esempio più classico dell’evoluzione tecnologica, visto che il telefono lo usano esclusivamente per….telefonare!!!! Ad ogni modo, penso di mantenere comunque (ancora) uno sguardo critico nei confronti delle tecnologie, soprattutto quando rischiano di prendere il sopravvento e dall’uso si passa all’abuso o dall’informazione si scivola sul controllo.

Questo post nasce prendendo spunto da alcuni articoli che ho letto sul web e che mi hanno aperto la vena della scrittrice.

(Da stralci di un articolo pubblicato su Le inchieste di La Repubblica del giugno 2014).
Si fa presto a dire Scuola 2.0. Ma poi quando si passa dalle parole ai fatti ci si rende conto che la realtà è un’altra cosa. Specialmente, se ti tocca fare l’esperienza in prima persona. Non una di quelle cose che ti raccontano. E quella del registro elettronico è un caso emblematico. Un paio di anni fa, il ministro dell’Istruzione di turno – Francesco Profumo – annuncia urbi et orbi che dall’anno successivo le scuole dovranno adottare obbligatoriamente il registro elettrico. Niente più anacronistica carta – che deforesta il pianeta – e informazioni in tempo reale ad alunni e famiglie. Una bella novità pensano in parecchi. Ottimismo che scema immediatamente appena si varca il portone di una scuola: gli insegnanti nutrono qualche dubbio che il vento dell’innovazione riesca a colpire anche la scuola italiana…
La scuola compra tanti tablet quanti sono i docenti e pochi giorni prima che prendano il via le lezioni, organizza un corso di aggiornamento di 8 ore… L’applicativo sembra semplice da usare e in parecchi si convincono a prendere in uso il tablet. Ad ottobre il ministero cambia rotta: comunica che quello appena iniziato sarà un anno di transizione. Insomma: chi vorrà, potrà avventurarsi nella cosiddetta dematerializzazione di voti, assenze e quant’altro. …

Per aprire il programma, registrare e segnare le giustificazioni passano almeno 20 minuti e la lezione si riduce a meno di tre quarti d’ora. “Saranno i primi giorni”, pensano in tanti. Ma le cose non cambiano. I ragazzi osservano increduli capannelli di docenti concentrati sotto le antenne dei ripetitori wireless perché solo in alcuni punti dei corridoi i tablet funzionano. E cominciano le prime defezioni…
E ci si rende conto come, in alcuni casi, la tecnologia possa complicarti maledettamente la vita e riportarti indietro di anni se non è adeguatamente supportata dalle infrastrutture necessarie a farla funzionare al meglio. Col registro elettronico ci si aspetta di risparmiare tempo, avere il lavoro agevolato e non consumare più carta.

E invece no: il lavoro e raddoppiato e poi verrà anche triplicato. Arrivati a casa, gli insegnanti che non sono riusciti a inserire voti e assenze nel registro di classe e nel registro personale si siedono davanti al computer e completano l’opera: almeno mezz’ora al giorno di lavoro. … Inoltre, alla faccia della dematerializzazione, i colleghi più timorosi stampano centinaia di fogli per avere un documento tangibile in caso di default del sistema. …

Sono partita da quest’articolo (qualcuno potrebbe anche dire dall’età della pietra!!!) per ricordare cosa è accaduto (sta accadendo) alla nostra scuola ai tempi di Internet e delle nuove tecnologie, e non certamente per demonizzarne l’uso o per disincentivare l’introduzione di nuovi strumenti di comunicazione e di studio nelle classi. Ma, proprio perché sono convinta che anche la scuola abbia il dovere di stare al passo con i tempi adeguandosi alle nuove generazioni,  mi piacerebbe affrontare il tema da un altro punto di vista, anche complice un post sul blog del “Sole 24 ore” che mi ha decisamente acceso una serie di lampadine. Il punto (mio) di vista educativo (ovviamente, direte voi!!!).

L’autrice del post ha introdotto l’argomento del registro elettronico e del’uso dei gruppi whattsap tra genitori. E ha toccato temi quali la deresponsabilizzazione, la fiducia, l’autonomia, l’iperprotezionismo.

E sono stati proprio questi campanellini che ho colto tra le righe, che mi hanno fatto fermare a riflettere su come IO VIVO registro elettronico e gruppi whattsap. Innanzitutto due figlie su 3 stanno sperimentando l’utilizzo del registro elettronico, anche se devo dire che nella scuola secondaria di primo grado (medie), l’utilizzo è decisamente maggiore, complici maggiori capacità tecnologiche dei ragazzi, o minore attenzione a scuola (spesso viene usato il registro per verificare i compiti assegnati). Molto differente, per la mia esperienza, anche l’utilizzo dei gruppi whattsap che generalmente vengono creati dai rappresentanti di classe: nella scuola primaria generalmente il gruppo serve per ricordare date, avvenimenti, riunioni, a volte per chiedere informazioni sui compiti assegnati, per condividere idee su raccolte fondi. Nella scuola secondaria l’uso del gruppo sfocia spesso in un confronto/scontro di punti di vista sui docenti, una richiesta di chiarimenti su eventuali comportamenti dei docenti o dei ragazzi, in sfoghi per i troppi compiti o per le modalità di insegnamento non condivise, così come ovviamente per questioni organizzative di feste, cene, raccolte fondi, riunioni, richiesta informazioni.

Su entrambi gli strumenti vorrei fare le mie riflessioni.

Registro elettronico.

Non ho ancora una chiara idea della sua utilità, a parte forse il minor spreco di carta. Di fatto da quando abbiamo avuto le credenziali di accesso dalla segreteria, ho dato le stesse alle mie figlie, in modo che utilizzassero lo strumento per verificare voti attribuiti a verifiche, oppure i compiti. Come genitore lo uso solo se e quando devo fissare dei colloqui con gli insegnanti fuori dal giorno di ricevimento. In caso contrario NON vado a vedere i voti delle mie figlie. Aspetto, come ho sempre fatto e come hanno sempre fatto i miei genitori prima di me, che i miei figli mi comunichino l’esito di una prova, dando assolutamente per scontata la veridicità dell’informazione e senza il benché minimo dubbio di dover verificare sul registro. Mi fido di loro e non ho motivo di pensare il contrario. L’idea di sbirciare nel registro mi fa veramente dispiacere, perché mi fa pensare ad un modo di vivere completamente autocentrico, sufficiente a se stesso, mentre vorrei ancora pensare (ed insegnare) il valore della comunicazione: per imparare o conoscere qualcosa che riguarda i miei figli devono essere loro a dirmelo. Inoltre impedisce ai ragazzi di scegliere il momento più giusto per comunicare un voto, soprattutto se è negativo. Secondo me limita la libertà di scelta del momento, la possibilità dei ragazzi di verificare quando la mamma o il papà sono più “predisposti” ad “accettare” la valutazione. Non facevamo così anche noi? Non aspettavamo il momento “migliore” per dare generalmente brutte notizie?

Il registro elettronico è uno strumento che consente di verificare i compiti: praticamente ogni allievo potrebbe non ascoltare le consegne che i docenti danno in classe per i giorni successivi, che hanno sempre a disposizione una “rete di salvataggio”. Mi chiedo: certamente è funzionale, ma è anche educativo? Non è meglio una frustrazione di non aver fatto o portato a scuola un compito per aumentare il senso di responsabilizzazione dei ragazzi (chiaramente è una domanda retorica…!!!). Non sono a favore della frustrazione a tutti i costi, ma credo che l’amarezza e la relativa conseguenza del non aver portato un compito a scuola, possa essere sostenuta dai ragazzi e possa aiutarli a crescere con maggiore senso di responsabilità rispetto ai propri DOVERI.

Il registro permette di vedere se tuo figlio entra più tardi o esce prima, il che in teoria dovresti saperlo finché è minorenne perché tu genitore devi firmare la giustificazione. Chiaramente il figlio in questione potrebbe falsificare la tua firma di genitore e approfittarsi della situazione per fare fuga ed entrare più tardi a scuola. Sempre successo direi… In questo modo però, al contrario di una volta, puoi stanare il comportamento malevolo e, in tempo reale, punire il reo. Anche qui pro e contro. Siamo sicuri che agire su un comportamento negativo, grazie al potere di invadere la sfera privata del figlio, possa prevenire futuri comportamenti negativi? Agire su una causa non è forse meno incisivo di agire su un effetto? Il fatto che tu genitore possa”sbirciare” in modo autorizzato (dal ministero, ma non certamente da tuo figlio!) nella vita scolastica di tuo figlio quando e come ti pare, è garanzia di efficacia, o può essere sintomo di sfiducia?

Gruppi whattsap

I gruppi whattsap sono sicuramente utili, perché accelerano il passaggio delle informazioni, il confronto su temi e argomenti, così come la risoluzione di problematiche. Ma dal mio punto di vista i gruppi whattsap dei genitori spesso scivolano nell’essere gruppi di interventismo nei confronti dei propri figli. Mi spiego.

Ho notato che spesso i gruppi whattsap rischiano di diventare il luogo in cui intervenire come genitori per dirimere controversie dei figli, per raccogliere informazioni sui figli e i loro comportamenti, per farsi carico di questioni tra amicizie dei figli… insomma per entrare nella vita dei figli, senza che loro lo sappiano o senza che loro siano d’accordo. Diventa un luogo per parlare dei figli, sui figli, senza di loro. Questa cosa, personalmente, non la condivido molto e mi accorgo che spesso, in automatico, prendo le distanze. Non dico che non sia opportuno come genitori parlare tra di noi di alcune questioni che riguardano i nostri figli, ma il gruppo di fatto è un contesto nel quale non posso scegliere con chi parlare, e se lancio un argomento di discussione, questo può essere trattato da tutti gli elementi. Se decido di affrontare un tema che riguarda mio figlio generalmente scelgo con chi parlarne e se il tema è di un certo “spessore” lo affronto decisamente di persona. Spesso con i gruppi si rischia di trattare tematiche che riguardano i figli, senza la possibilità di vedere in faccia l’espressione delle persone, senza “accorgersi” della loro emotività e quindi spesso senza rendersi conto delle reazioni che certe cose possono suscitare. E questo, lo sappiamo benissimo, può portare a incomprensioni, a fraintendimenti ancor più che se avessi avuto modo di dialogare con i diretti interessati, magari davanti ad un caffè.

Detto questo, non sono chiaramente per censurare l’utilizzo dei nuovi strumenti di comunicazione, ma per quanto mi riguarda mi piacerebbe continuare, sui fronti che ho accennato sopra, a mantenere massicciamente più aperto il canale del dialogo vis-a-vis, dell’attesa, delle domande, dell’autonomia.

E voi che idea avete e che uso fate di registro elettronico e gruppi whattap?

firma_Sara

 

 

 

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