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    C’è posta per te

    c'è posta per te

    Mai titolo di una trasmissione televisiva o di film fu più azzeccato, per rievocare in me il senso dell’attesa che nasceva dalla corrispondenza epistolare. Certo il programma della Maria nazionale non si concentra tanto sul significato della consegna della lettera, quanto su altre note emotive e su altri canali comunicativi ben più impattanti di una semplice carta scritta e imbucata o consegnata nelle mani di un ignaro destinatario. Così come nel remake “C’è posta per te” del più datato film “Scrivimi fermo posta” del 1940, dove viene sostituita la carta stampata dalle email che si scambiano Tom Hanks e Meg Ryan (film che adoro!!!!).

    Tuttavia il concetto rimane il medesimo: l’attesa, l’incanto, la curiosità. E comunque più in generale qualcosa che è pensato, dedicato e indirizzato proprio a te.

    LA SCRITTURA, QUESTA INCREDIBILE CALAMITA

    Le corrispondenze epistolari hanno il potere di incatenarmi, di catturarmi, di proiettarmi in una dimensione onirica, che si svolgano in un film o in un libro, l’effetto è sempre lo stesso: il cuore inizia a battere forte, sale l’adrenalina, parte l’immedesimazione e un inaspettato flashback mi riporta indietro nel tempo, quando scrivevo alla mia amica di penna, quella che ti davano forzatamente alle elementari e tu nemmeno sapevi che farci, con la penna ma anche con quella persona. Perché le amicizie sono una cosa seria, non si diventa amici così, a caso, solo scrivendosi. Ma è pur vero che l’amicizia può rinforzarsi tanto prendendosene cura anche con la scrittura!

    A quel tempo il potere della scrittura non lo conoscevo, era solo un esercizio grammaticale, una scelta stilistica, un modo per tenersi in allenamento. Se ripenso a quella amica di penna, in verità di cose ce ne siamo dette, ma il potenziale che aveva la scrittura non lo abbiamo mai usato fino in fondo, non ci siamo date il tempo di scoprirlo. E’ stato un qualcosa che è iniziato più per esercizio di stile, che per scelta consapevole, e così come è arrivata nella mia vita, ne è scivolata improvvisamente fuori. L’amica di penna, non certamente la scrittura.
    Ma forse perchè già da allora qualcosa alla scrittura mi legava.

    Ogni volta che leggevo di corrispondenze tra personaggi di libri, o guardavo film che parlavano di questo, ossia di un rapporto di “penna” (su carta o tramite computer) tra persone, mi sentivo non solo parte di quella storia, ma di fatto una protagonista, nel senso che avrei voluto proprio interpretare quel ruolo, la persona che riceveva quelle attenzioni!

    C’E’ POSTA PER ME?

    L’eccitazione dell’attesa, aspettare di ricevere una risposta alla lettera spedita, pensare a cosa potrei trovare nella carta da lettere in arrivo, è un misto di ansia e gioia insieme. Non è tanto il contenuto, ma più l’idea di quello che vorrei trovarci dentro.
    Oggi quell’attesa è nostalgia, mi manca la carta scritta, mi manca aspettare il postino per verificare che possa portare qualcosa per me di diverso da bollette, estratti conto e pubblicità. Mi manca trovare la scrittura a penna di un indirizzo, di un mittente.

    Vorrei trovare ancora qualche lettera nella posta, di quelle che annusi quando arrivano, le rigiri nelle mani per capire da chi siano state mandate, ne soppesi la consistenza per capire quante parole potranno mai contenere, quelle che vorresti scartare subito ma anche trattenerle per allungare la magia.
    Sì perché era una bella magia… lo è sempre quando qualcuno prende il suo tempo e lo usa per pensarti e per donarti una parte di sé traducendola in parole su carta.
    Sono una nostalgica. Lo so. E forse anche un po’ romantica.

    Insomma sto inesorabilmente invecchiando….

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    Alloggiare in un Albergo diffuso

    Il concetto di Albergo diffuso ci viene raccontato direttamente dai due giovani gestori del luogo che abbiamo scelto assolutamente casualmente, per le 30 ore “childrenfree” che ci siamo regalati per l’anniversario di nozze: Albergo diffuso di Torre Soca (a Lovere sul lago d’Iseo). E devo dire che è stata una scoperta davvero di grande interesse.

    Edoardo e Chiara sono una giovane coppia del luogo, anzi a dire il vero Chiara è originaria del lago d’Iseo, mentre Edoardo è stato trapiantato per amore pur avendo origini dell’hinterland milanese.

    Chiara ed Edoardo, i proprietari

    Entrambi ci accolgono non solo fisicamente al nostro arrivo, ma ancora prima nel momento stesso in cui facciamo la prenotazione e ci “seguono” nei giorni che precedono la partenza con discrezione, ma assoluto calore: abbiamo avuto da subito la sensazione di sentirci in famiglia. E non capivamo bene perchè. Lo abbiamo compreso solo più avanti.

    Il lago d’Iseo, una piccola perla

    Lago d’Iseo

    Qualche parola è doveroso spenderla sul lago d’Iseo, fratello sicuramente minore e di mezzo (anche geograficamente) rispetto al Lago di Como e al Lago di Garda, ma non meno interessante ed attraente. Se vi capita di passarci, o volete intenzionalmente andare a visitarlo, merita sicuramente girarlo in modo orario, per poter mantenere sempre la vista sul lago mentre si attraversano i paesini, tutti abbastanza piccolini a parte Lovere che essendo Borgo d’Italia ha qualcosa in più da raccontare. Molto carino il fatto che la pedonale lungo lago è davvero molto lunga, e se ci si ferma con l’auto è possibile fare belle camminate proprio sul lago fino a stancarsi! Molto particolare l’isola (Montisola) che emerge proprio nella parte sud orientale del lago e che è possibile visitare utilizzando i frequenti traghetti con servizio diretto a partire da Sulzano e Sale Marasino.

    Albergo Diffuso

    E’ l’isola lacustre più grande d’Europa e il borgo di Peschiera Maraglio nel 2016 fu palcoscenico dell’installazione artistica “Floating Piers” , che hanno richiamato 1,5 milioni di turisti da tutto il mondo. Sull’isola si trova il Museo della Pesca e passeggiando si arriva fino a Sensole, altro grazioso borgo che si affaccia sull’Isoletta di San Paolo.

    Cos’è un albergo diffuso

    Quando abbiamo scelto la destinazione non ci siamo soffermati sul nome “Albergo diffuso”, ma abbiamo basato la nostra scelta su alcuni fattori per noi importanti in quel momento: distanza moderata dal nostro punto di partenza (perchè avevamo poche ore di evasione dai figli!), recensioni del luogo e della struttura, località sconosciuta e quindi tutta da scoprire nell’arco del poco tempo a disposizione. Non volevamo una camera d’albergo classica, ma un luogo che fosse inserito nel contesto di paese, senza sapere che questa scelta era base fondante di fatto della stessa concezione di Albergo diffuso.

    Come si legge dallo stesso sito di albergo diffuso , esso è sostanzialmente due cose:

    • un modello di ospitalità originale
    • un modello di sviluppo turistico del territorio.

    Si tratta di una proposta concepita per offrire agli ospiti l’esperienza di vita di un centro storico di una città o di un paese, potendo contare su quelli che di fatto sono i classici servizi alberghieri – accoglienza, assistenza, ristorazione, spazi e servizi comuni per gli ospiti – alloggiando in case e camere che distano non oltre 200 metri dal “cuore” dell’albergo diffuso, dalla casa madre insomma: lo stabile nel quale sono situati la reception, gli ambienti comuni, l’area ristoro.

    Questo ce lo ha spiegato molto bene Chiara durante la nostra colazione, il giorno stesso della nostra ripartenza per casa, con un coinvolgimento e una passione che non ci hanno lasciato per nulla indifferenti. Avevamo infatti avuto la curiosità di sapere da dove nasceva la definizione di Albergo diffuso, modello di accoglienza che non ci era ancora capitato di incontrare e conoscere prima.

    Albergo diffuso è di fatto un modello di sviluppo del territorio che non crea impatto ambientale. Per dare vita ad un Albergo Diffuso infatti non è necessario costruire niente, dato che ci si limita a recuperare/ristrutturare e a mettere in rete quello che esiste già. Inoltre un Albergo Diffuso funge da “presidio sociale” e anima i centri storici stimolando iniziative e coinvolgendo i produttori locali considerati come componente chiave dell’offerta. Un Albergo Diffuso infatti riesce a proporre più che un soggiorno, uno stile di vita.

    Di Alberghi diffusi ce ne sono dappertutto, abbiamo saputo, e cercando in rete in effetti è possibile rintracciarne in quasi ogni regione.

    La cosa veramente bella, se si cerca questo tipo di offerta, è proprio la sensazione di essere parte della vita di paese o di borgo, non stranieri nè turisti. E ovviamente si radica forte la concezione che essendo parte di qualcosa, lo si deve ancora di più considerare come proprio patrimonio. Essere sostenibili anche a partire dalla colazione, che viene servita senza generare sprechi, ma come in casa utilizzando solo ciò che davvero si intende mangiare. Per cui non ci sono incredibili banchetti con ogni ben di Dio, ma i gestori chiedono in anticipo quello che si desidera mangiare (colazione all’italiana o europea), e viene proposto un buffet più che sufficiente a sfamare come se si fosse in casa propria. Nota rilevante, Chiara ha proposto estratti di frutta freschi ed espressi, al posto dei più utilizzati succhi di frutta industriali. E anche questo ha fatto la sua differenza!!!!

    Insomma come direbbe un noto volto televisivo, venite sul lago d’Iseo, in particolare a Lovere, ma non come turisti, come ospiti …dell’Albergo diffuso di Torre Soca!

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    Ho 44 anni e sono un cacomela

    E’ risaputo che la fine dell’anno è spesso un momento dedicato ai bilanci, a fare un check di quello che è stato l’anno trascorso e a pensare ai buoni propositi per l’anno che verrà. E’ un momento in cui si tirano le somme.

    Anche il compleanno è un giorno nel quale si riflette di massimi sistemi, di paradigmi esistenziali, si volta il capo indietro per vedere quanta strada è stata percorsa, si guarda innanzi per nuovi buoni propositi per il futuro. E’ un momento in cui si tirano le somme: chi sono? Cosa ho fatto? Cosa mi riserverà il domani?

    Quando fine dell’anno e compleanno combaciano o ti carichi a molla…o ti deprimi a manetta!!! Oppure senti di avere sempre più la natura di un cacomela e te ne freghi altamente.

    Quando arrivi a 40 anni senti dire da più parti che stai per entrare in una delle fasi più belle e interessanti della tua vita. Ed è stato vero, almeno per me.

    Entrare nella quarta decina dei propri anni significa entrare in pieno possesso della o delle proprie consapevolezze, sentirsi più sicuri di sè, prendere coscienza delle proprie possibilità e anche dei propri limiti..insomma per quanto mi riguarda significa diventare un cacomela.

    Mentre negli “enta” pensavo solo a dovermi definire, essere qualcosa o qualcuno di preciso, ero contenta quando per me esisteva un aggettivo qualificativo netto, ed era questo che mi dava una certa sicurezza, gli “anta” li vivo completamente in modo ribaltato. Da cacomela insomma.

    Il cacomela per sua natura è un incrocio tra caco e mela appunto, per cui è un ibrido. Può accontentare chi è ghiotto di entrambi i frutti, come del resto non accontentare nè gli uni nè gli altri. Insomma può piacere come no. L’idea di non poter e nè dover piacere a tutti è stata per me davvero una scoperta grandiosa. Forse per educazione, forse per carattere, ho sempre avuto un certo adattamento darwiniano alla (mia) sopravvivenza.

    Arrivare a 44 anni suonati oggi mi fa pensare con un certo realismo che non solo mi sento un cacomela, ma voglio anche esserlo. Per una come me non è stata una conquista facile nè scontata, ma un percorso, talvolta (spesso) faticoso. E sicuramente ci saranno ancora momenti nella mia vita in cui vorrò essere solo caco o solo mela per compiacere gli altri, ma scrivere nero su bianco questa nuova consapevolezza mi aiuterà a difendere la mia identità, consapevole che non si può nè si deve essere mangiati da tutti, perchè tutti hanno diritto di scegliere di cosa cibarsi. Come del resto io stessa ho diritto di scegliere se essere più caco o più mela a seconda di come mi sento, perchè dentro ho nature diverse.

    Sentirsi cacomela alla vigilia (perchè di fatto sono nata poco prima della mezzanotte) dei miei 44 anni è una forma di grande liberazione: da stereotipie ereditate, da stigmatizzazioni, da forme di coercizione. Porta con sè quella certa libertà che arriva solo con l’età, quella sorta di sensazione per la quale oggi posso dire e fare quello che voglio davvero. Senza troppa preoccupazione delle conseguenze sociali. Senza troppa preoccupazione di quello che potrebbero pensare gli altri.

    E’ un pò come dire: “Ehi gente, sapete che c’è? C’è che se anche a volte sono più caco, a volte più mela, a volte entrambe le cose, non cambia la sostanza. Sono ciò che nel corso di questi 44 anni avete conosciuto, che alcuni di voi amano follemente, altri decisamente meno, altri ancora cercano di decifrare, ma rimango sempre io“.

    E forse non è tanto l’effetto che si trasmette agli altri sentirsi cacomela, ma più la sensazione che risuona in se stessi: apre un grande nuovo spazio di possibilità. Era un po’ come quando da bambina ti dicevano: non puoi stare con due piedi in una scarpa, devi decidere chi vuoi essere.

    Oggi mi chiedo perchè.

    Oggi dico che forse la verità è che se si vuole davvero vedere come sono le persone, non si deve fare altro che guardare (“Wonder”).

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    Adolescenza e amicizia del cuore

    Ripercorro con il pensiero e frugando tra le immagini vive dei miei ricordi, la mia infanzia e la mia adolescenza, a volte a caso senza un motivo particolare, senza qualcosa che mi induca a scartabellare nel mio passato. In altri casi invece grazie ai miei figli che crescendo si trovano a vivere per la prima volta situazioni o emozioni di cui anche io serbo vivida la memoria.

    E tra le immagini che più volentieri mi vengono in aiuto, soprattutto nei momenti di down, ma devo dire anche in quelli di maggiore carica, sono quelle delle migliori amiche, dell’amicizia del cuore. Quelle amiche che hanno completato la tua vita durante la tua infanzia e adolescenza e lo fanno tutt’ora che sei “grande”, perchè senza saresti una persona diversa. Saresti una persona a metà.

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    Obiettivo runner…raggiunto!

    Runner….che parolona! Non mi sono mai definita una runner, perchè ho sempre considerato questa parola troppo pretenziosa, troppo importante per me, che ho iniziato a correre più per amicizia che per passione, più per convincimento (altrui) che per libera scelta! Quando gli amici mi vedevano macinare chilometri camminando a piedi in giro per il paesello, mi dicevano che era ora di iniziare a correre, che sarebbe stato divertente, che era il passaggio immediatamente successivo al camminare, che non avrei avuto difficoltà. E invece io non ho mai amato la corsa, pur essendo una sportiva, perchè ci sono sport che so non appartenermi. Ho iniziato a correre per scherzo, ma come faccio sempre quando inizio qualcosa, mi sono data un obiettivo, perchè poi le cose le prendo seriamente!!!!!

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    Ciao mamma, ci vediamo…

    Succede che ieri nascevano (non senza dolore, il tuo!!!), li guardavi in faccia per la prima volta senza nemmeno troppa convinzione, li tenevi in braccio in modo un pò maldestro, li nutrivi (h 24), eri il centro del loro mondo (e viceversa), ed oggi ti salutano da un finestrino del pulman dicendoti giusto due parole: “Ciao mamma, ci vediamo…“.

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    Saper disinnescare può essere la strada

    perfetti sconosciuti adolescenza

    “Però una cosa importante l’ho imparata. Saper disinnescare. Non trasformare ogni discussione in una lotta di supremazia.
    Non credo che sia debole chi è disposto a cedere, anzi è un uomo saggio. Le uniche coppie che vedo durare sono quelle dove uno dei due, non importa chi, riesce a fare un passo indietro. E invece sta un passo avanti”. Così recitava Marco Giallini in “Perfetti sconosciuti”, il film di Paolo Genovese, che nonostante volesse raccontare soprattutto di altro, introduce un tema sempre molto attuale e contemporaneo sulle relazioni di coppia e, a mio parere, sulle relazioni in generale.

    Saper disinnescare, non trasformare ogni discussione in una lotta di supremazia. Parole che poi, uscite dalla bocca di Giallini, sanno veramente di buono!!!

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