Tenere in braccio i bimbi significa viziare?

bimbi in braccioNei primi 3/4 anni dalla nascita della mia prima figlia, il nome che mi hanno dato le mie amiche, dopo aver visto il mio modo di stare con la mia piccola durante tutte le ore del giorno, è stato quello di “koala” o “Mamma marsupiale” e potete ben immaginare perché!!!

Gli studi e quindi anche le “tendenze” pedagogiche che riguardano lo sviluppo e l’educazione dei bimbi sono cambiate nel tempo, e quando sono diventata mamma io, il mio mantra era, soprattutto per la notte: “I bimbi devono imparare fin da subito a dormire nella loro stanza, nel loro letto, altrimenti prendono il vizio e si abituano male“.

La prima figlia ha un pò scontato questa mia rigidità formativa, con gli altri due le cose sono andate decisamente diversamente (poveri i primogeniti, sempre bersaglio di mille fissazioni genitoriali!!!!).

All’inizio pensavo anche io, come molti, che superati i primi mesi di vita del bambino, dove è fisiologica la sua necessità di stare a contatto con la mamma, nella pancia della quale è stato per 9 mesi, il bimbo dovesse imparare a non stare sempre in braccio. Mi ero persuasa del fatto che dovessi “insegnarle” anche a stare sempre meno a contatto, e sempre più “da sola” nei suoi spazi, imparando a conoscerli, e accontentandosi di una rassicurazione anche solo tattile (una carezza, la mano sopra la sua testa o il contatto con le sue manine) o vocale (una canzoncina, qualche parola dolce per addormentarsi o tranquillizzarsi). Ma lei piangeva e non si tranquillizzava mai, se non attaccata a me. E quindi, escludendo cause di carattere fisico come dolori, reflussi, coliche, escludendo fame e pannolino sporco, ho man mano maturato l’idea che se lei piangeva stava manifestando un disagio, un’emozione, e io avessi il DOVERE di provare a comprenderla e non evitare di darle importanza per paura che mi fraintendesse e potesse viziarsi. E così, con lei ma soprattutto con gli altri due figli, ho iniziato a praticare l’alto contatto.

Ricordo che lessi molto sulle mamme ad alto contatto, sulla tecnica del “portare”, sul co-sleeping, insomma su modalità che erano ben poco note all’epoca della prima figlia e decisamente più “popolari” con gli altri due arrivi.

E compresi bene che, come sempre, la modalità più corretta la si sperimenta con i propri figli e fa tesoro di tutti questi approcci, più che solo di uno, senza censurare chi l’alto contatto non lo pratica e senza giudicare chi preferisce altri approcci. Ricordo che lessi un post di una mamma blogger, Mammarisparmio, che ho reputato, seppur distante da me, molto onesto e ho apprezzato per la sua sincerità e franchezza. Ogni mamma deve trovare la dimensione che le si addice di più e che la fa stare bene, altrimenti se ci si costringe a seguire approcci che non si condividono o si considerano lontani dal proprio modo di essere e di vivere, perdono di senso e di efficacia.

Con la mia esperienza ho cercato di ridimensionare le mie rigidità, i miei aut-aut, i miei “sicuramente”, iniziando a sperimentare altre strade, altri modi, e cercando di andare forse più incontro a sensazioni che ho sempre avuto presenti e che forse avevo sottovalutato in nome di una cultura, la nostra, ancora persuasa all’idea che l’autonomia del bambino sia favorita da un precoce distacco tra genitore e figlio.

Ho provato solo una volta a “testare” sulla mia primogenita (che non dormiva mai, era preda di continui risvegli diurni e notturni, piangeva spessissimo) il metodo FATE LA NANNA (dell’omonimo libro) e la mia cucciola è stata così male (ed io con lei, visto che ho dovuto farmi mettere la camicia di forza per impedirmi di andare a prenderla!!!!), che non l’ho mai più adottato con nessun altro figlio!!!!! Diverse mie amiche lo hanno seguito pedissequamente (anche se io devo dire che ho diverse perplessità riguardo a questo metodo), ma io ho capito che non faceva assolutamente per me perché probabilmente i miei dubbi al riguardo non mi consentivano la fiducia e quindi non sarei riuscita a sperimentarlo forse correttamente.

Sicché ho iniziato a mettere il lettino dei bimbi attaccato al lettone, togliendo la sbarrina laterale, perché potesse considerarsi una continuazione del letto matrimoniale (co-sleeping). Era sicuramente più comoda come soluzione non solo dal punto di vista fisico (evitavo di alzarmi ogni volta che i bimbi chiamavano per allattarli o calmarli), ma anche dal punto di vista emotivo, perché potevo avvicinarmi a loro quasi entrando nel loro lettino, per poi tornare nel mio, o accarezzarli, o stringerli a me per poi rimetterli nel loro letto… Insomma lo trovato più sintonico con me e con loro.

E ho iniziato a vivere il “prenderli e tenerli” in braccio in modo non vincolato, del tutto a richiesta: se mi facevano capire che volevano il braccio, li prendevo, oppure li lasciavo, per poi riprenderli senza chiedermi se era il caso, se invece dovevano imparare a stare “giù”, senza chiedermi se era giusto o sbagliato, ma solo “vivendoli” per quello che chiedevano e per quello che anche io volevo.

Insomma ho imparato a sintonizzarmi con loro e loro con me, e la cosa probabilmente ha funzionato bene perché era quello che entrambi volevamo!!!!

Voi amiche, che esperienza avete con i vostri cuccioli?Siete delle marsupiali o avete scelto di creare spazi solo per loro?

firma_Sara

 

 

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