I bambini e lo sport: l’adulto cosa c’entra?

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Ho letto qualche giorno fa un articolo sulla Gazzetta della provincia di Reggio Emilia titolato così: “Litigi tra genitori in campo..viene ritirata la squadra” e mi sono accorta di aver spalancato inconsapevolmente gli occhi perchè ancora non mi capacito possano accadere cose di questo tipo, anche nello sport. Soprattutto nello sport.

“Troppe tensioni tra gli adulti, inutile violenza verbale a bordo e in mezzo al campo. Per questo, l’Asd Bibbiano-San Polo ha preso una decisione di rottura: ritirare la propria squadra da un torneo di calcio dedicato ai bambini.”

In pratica il dirigente di una squadra di calcio per e di bambini, decide di dare un segnale forte (non ai bimbi eh? Agli adulti!!!!), ritirando la squadra in cui presumibilmente giocano i loro figli dal campionato, per segnalare che probabilmente c’è qualcosa di sbagliato nel modo che alcuni adulti hanno di “tifare” o “supportare” i propri figli.

Quando un bambino fa sport, quale ruolo deve avere l’adulto???

«Non è possibile che in una semplice partita, dove i nostri ragazzi si devono divertire, si debbano vivere episodi sgradevoli. Dobbiamo avere la forza di reagire. Può essere giusto o sbagliato, ma il ritiro vuole essere un messaggio anche per i nostri genitori e per tutti coloro che sono fuori dalle reti: facciamo il tifo per i nostri ragazzi, ma senza fare gli allenatori. Quelli ci sono già. Senza inveire contro gli arbitri. Perchè c’è già chi di dovere che interviene. Torniamo a vivere il gioco giocato». E conclude: «Perchè poi in campo succede che i ragazzi ti guardano e ti dicono: ma cosa succede? Noi vogliamo solo giocare…».

Certo ci si aspetterebbe che, soprattutto in un contesto ludico come quello sportivo, l’adulto si limitasse a fare l’adulto, e non si trasformasse in un adolescente scalpitante, in preda ad una crisi narcisistica di identità.

Ci si aspetterebbe che lo sport venisse concepito come un luogo educativo, in grado di rinsaldare i valori di responsabilità, partecipazione, collaborazione, lealtà, solidarietà, accettazione delle regole, rispetto reciproco.

Ci si aspetterebbe che il bambino considerasse lo sport un modo per conoscere nuovi amici, stare insieme ai propri coetanei, divertirsi in compagnia, scaricare la propria energia veicolandola attraverso qualcosa di costruttivo.

Ci si aspetterebbe che attraverso lo sport di squadra ogni bambino possa avere l’occasione di ridimensionare il proprio Io, a favore del rispetto dell’altrui identità, imparando a mettersi da parte per un bene più grande di quello individuale, ossia per il bene della propria squadra; facendo esperienza dei propri limiti, ma valorizzando le risorse degli altri e, a propria volta, conoscendo la bellezza del sentirsi valorizzato dai compagni.

Ma perchè, soprattutto in taluni tipi di sport, l’adulto si intromette così spesso nella vita sportiva del proprio figlio? E perchè a tal punto da perdere di vista il divertimento del figlio, a favore dell’agonismo puro, della competizione sfrenata?

Se infatti per la maggior parte dei giovani lo sport è soprattutto passione, socializzazione e divertimento, il passaggio a fonte di ansie, paure, tensioni si automatizza per timore di non soddisfare le ambizioni del loro principale punto di riferimento, la famiglia, il genitore.

Madri e padri che riversano sul figlio frustrazioni e insoddisfazioni e che tramite il figlio vivono un prolungamento della loro personalità, in termini di aspirazioni realizzate attraverso la sua riuscita. Può capitare quindi che se riconoscono nel figlio un pò di talento, pretendono da lui che diventi qualcuno, quando si sa che, se va bene, solo uno su cinquantamila può davvero ambire ad un minimo di carriera sportiva.

Più frequente il caso che il piccolo sportivo faccia molta fatica nello sport prescelto e sia scarso. Situazione, per altro, molto comune e affatto disdicevole. Ma in una società come la nostra così competitiva, la mancanza di doti o di peculiarità che possano primeggiare sugli altri diventa ulteriore fonte di svalutazione, non tanto per il figlio che probabilmente deve solo essere educato e accompagnato dal genitore ad accettare i propri limiti, ma per il genitore stesso. Questo perchè accade? Probabilmente perchè il genitore in prima persona si sente in difetto nei confronti degli altri genitori, faticando a sostenere i limiti del figlio, per paura di sentirsi addosso gli occhi puntanti degli altri genitori, e di conseguenza sentirsi svalutato e sminuito.

Ovviamente potrei porre domande retoriche quali:

E’ giusto questo comportamento da parte dell’adulto? Quale esempio ed educazione è in grado di passare al proprio figlio? Cosa potrà mai insegnare ai bimbi rispetto al senso dell’attività sportiva? Quale linea separa una sana competizione da uno sterile agonismo? Qual è il senso del partecipare e quello del vincere?

Ma alla fine credo che ognuno di noi adulti debba imparare fondamentalmente un’unica importantissima cosa: mettersi da parte, accantonarsi, legittimare gli altrui interessi, decentrarsi, valorizzare l’identità del figlio in relazione alla quale noi non dobbiamo interferire, supportare e non sostituirsi, incitare e non inveire, bonificare un modo di considerare lo sport che non ha nulla a che vedere con il sano e gioioso divertimento.

firma_Sara

2 Comments

    1. Eh Antonella nemmeno io condivido questo modo di intendere lo sport, perché porta con sé un senso di prolungamento nei figli dei propri mancati obiettivi sportivi. Come adulti bisogna farsi delle domande mi sa…

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