Adolescenza e fragilità: figli di genitori, figli della comunità

fragilitàOggi, giorni dopo i funerali del ragazzo di 16 anni di Lavagna, cerco di pensare lucidamente a quello che può essere considerato l’ennesimo caso di un gesto estremo da parte di giovani ragazzi poco più che adolescenti, che come unica ed extrema ratio non riescono ad immaginarsi altro che togliersi di mezzo, cancellare con un colpo di spugna la propria esistenza. Puf!

E non voglio riflettere sul caso in sè, perchè di fatto si leggono ovunque pareri, pensieri, giudizi, provocazioni, ma vorrei provare ad allargare la prospettiva, a comprendere il senso (se esiste un senso) di insieme. Quando abbiamo aperto il blog io e Monica volevamo poter dare voce ai nostri pensieri, perchè crediamo che il potere della parola (o della scrittura) possa davvero fare la differenza.

E anche a rischio di essere banale e scontata…..che poi, quando si parla dei nostri figli, non lo si è mai.

Tra le cose che ho letto e che mi sono rimaste più scolpite nella memoria, come nella stragrande maggioranza di riflessioni che si fanno in casi come quello che riguarda Giò, cito queste:

  • la madre aveva  provato tante volte a cercare di convincerlo a smettere ma non sapeva più come fare;
  • forse il ragazzo non ha retto al senso di vergogna;
  • descritto da tutti come un bravo ragazzo, diligente ed educato;
  • non sono stato un buon genitore, non ho saputo capirlo;
  • c’era un malessere che lo tormentava. Con me ha fatto un discorso generale, senza parlare di fatti specifici. Ricordo una sua frase ‘Tanto finisce tutto male’.

Lavoro in un centro di formazione professionale, ho lavorato con gli adolescenti e lavoro ora con gli adulti “fragili”.

Il concetto di fragilità ormai è entrato in un dire e sentire comune, complice la crisi economica, complici fattori sociali, complice una società sempre più liquida (per citare Bauman), complice la progressiva mancanza/assenza di figure adulte di riferimento (in primis, io credo, genitoriali).

Già l’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2013 aveva evidenziato che circa il 50% di patologie come disturbi di personalità, del comportamento, cognitivi e della sfera emozionale, ha esordio entro i 14 anni di età. 14 anni di età!!!! Ci penso spesso, toccando anche l’ambito psichiatrico per lavoro, e sempre più spesso mi chiedo se sarò pronta a riconoscere i segnali, se sarò abbastanza brava da evitare che tra quella percentuale possano esserci i miei figli.

Essere bravi genitori….cosa significa? Come si misura la bravura? Quando si può pensare di essere ed essere stati buoni genitori?

E ancora: cosa genera fragilità? Una serie di fattori probabilmente, molto contemporanei in questo secolo: liti in casa o tra amici, una delusione d’amore, un insuccesso scolastico, la drammaticità di genitori che si dividono e di famiglie che scoppiano. Unitamente al fatto che si chiede ai figli, forse, di essere più adulti di quello che riescono a sopportare (spesso a conseguenza dei motivi poc’anzi citati).

Ansia e depressione sembrano essere i nuovi nemici degli adolescenti di oggi, come spesso dichiarano esperti psicologi e psicoterapeuti. Una delle chiavi riconosciute di questo malessere pare rintracciarsi nella difficoltà di costruire relazioni stabili e soddisfacenti, siano esse con amici, in famiglia e relazioni sentimentali. Hanno centinaia di amici su Facebook, contatti sui social, ma non hanno le competenze necessarie per far funzionare il rapporto con gli altri. Ne sentono quasi paura: forti e potenti di fronte ad uno schermo, fragili e disorientati nella relazione a tu per tu. Forse perchè non riescono ad immaginare che dall’altra parte possa a sua volta nascondersi una fragilità.

In un suo libro, lo psichiatra Vittorino Andreoli descrive bene un concetto che forse ci può aiutare a cambiare punto di vista, anche nei confronti dei nostri figli: “Ebbene, se sono stato, e sono, un buon psichiatra, se ho aiutato i miei matti, ciò è avvenuto per la mia fragilità, per la paura di una follia che si annida dentro di me, per la fragilità che avverto capace di sdoppiarmi, di togliermi la voglia di vivere e di rendermi simile a un depresso che chiede soltanto di scomparire per cancellare il dolore di cui si sente plasmato. E il dolore è una qualità dell’essere fragile.
Ecco perché voglio gridare la mia fragilità, dirlo ai miei matti, a tutti coloro che corrono da me per ancorarsi a una roccia…Come un vetro io, psichiatra fragile, tante volte ho corso il rischio di rompermi.
Una gracilità che però aiuta l’altro a vivere, che mi ha permesso di capire la fragilità e di rispettarla, di stare attento a non manipolare gli uomini, a non falsificarli. Ho amato persino i frammenti di uomo, mi sono dedicato con pazienza a metterne insieme i suoi pezzi”. 

Riconoscersi genitori fragili per comprendere la fragilità dei nostri figli. Entrare in relazione con la fragilità dei nostri ragazzi per provare a capirla facendo sentire loro che sono importanti. E stare lì, stare di fianco e di fronte, nè davanti nè dietro. Può essere una chiave di lettura?

Forse oggi, diversamente dal passato, i ragazzi hanno meno tempo di arrivare da soli a capire che i genitori sono fallibili e imperfetti come invece li si considera da bambini. Oggi i genitori sono più spesso fuori casa, sono percentualmente più separati di una volta, anche tra di loro hanno meno tempo di dialogare e di conseguenza i ragazzi non vedono il crescere e il modificarsi di alcune relazioni. Non si accorgono autonomamente che i genitori non sono così forti e indistruttibili. Anche nelle separazioni quello che spesso viene detto al genitore è: “Devi essere forte per tuo figlio!“. Ma perchè??? Perchè se vede la tua fragilità si frantuma anche lui? Essere e sentirsi fragili non significa necessariamente non essere in grado di rimettere insieme i pezzi.

E’ giusto non far vedere ai figli la propria fragilità? E’ giusto trattenere le lacrime, non mostrarsi tristi, non dichiarare la propria paura, nascondere sempre le proprie emozioni? A cosa ci può condurre tutto questo?

E poi penso al senso della comunità in cui viviamo. E penso a quelle parole, che nelle tragedie si ripetono spesso: “è sempre stato un ragazzo educato, gentile e diligente”, e faccio autocritica.

Oggi la famiglia è sempre più sola. Possibile che intorno alle famiglie ci sia così poco? Possibile che nessuno (un vicino di casa, un parente, un insegnante, un compagno di scuola, un compagno di squadra, un passante) riesca ad accorgersi, ed autorizzarsi a dire, che qualcosa non funziona? Che qualcosa nei ragazzi stia cambiando in un determinato momento della loro vita? E noi genitori, saremmo disposti ad accogliere la segnalazione di un dubbio che proviene dall’esterno della nostra famiglia?

I figli sono dei due genitori, ma credo che i figli siano anche della comunità.

Per approfondire un punto di vista che sento vicino al mio, vi consiglio di leggere l’articolo uscito su 27esiaora.corriere.it del 17/2 che condivido completamente.

 

 

4 Comments

    1. Franci mentre lo scrivevo cercavo di immedesimarmi in una situazione che non mi è tanto distante ormai!!! E pensavo esattamente alla stessa cosa! Mi aiuta ripensare a come ho vissuto la mia adolescenza, per provare ad accostarmi a quella dei miei figli con maggiori strumenti…..Ma confrontarsi credo che sia fondamentale, anche per non sentirsi soli!

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